LA BATTERIA…

La batteria è uno strumento musicale composto da tamburi, piatti e altri strumenti a percussione disposti in modo da essere suonati da un solo musicista, nel jazz, nel rock o in altri generi di musica moderna.

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Fin dal jazz del 1920 la batteria è stato uno strumento fondamentale della musica popolare, coniugato o sostituito in seguito dalla drum machine, soprattutto nella musica elettronica.

Le origini dello strumento risalgono alla seconda metà dell’ottocento, negli USA, sebbene i tamburi singoli abbiano radici ben più antiche. La genesi avviene con la fusione di vari componenti percussivi durante le esibizioni bandistiche fino a formare una “batteria” di tamburi molto simile alle odierne. L’attuale batteria nasce da problemi di “spazio”; infatti in principio, lungo le strade di New Orleans (Luisiana), c’erano enormi bande che suonavano per strada, in corteo, ed ogni elemento dell’attuale batteria era suonato da una singola persona, come nelle fanfare militari odierne. In seguito le esibizioni si spostarono dalle strade ai locali, ed era impossibile ospitare sul palco cinque/sei musicisti che si dedicassero alle percussioni; quindi si fuse la grancassa (bass drum) con il rullante militare (snare drum). A questa batteria “primordiale” vennero, in seguito, aggiunti i piatti, solitamente allo scopo di creare un suono acuto che si contrapponesse al suono grave dei tamburi. In seguito ogni etnia presente in America diede il suo contributo, come i cinesi, che importarono i tom, tamburi di diametro piccolo (generalmente dagli 8 ai 12 pollici) ed i turchi, che perfezionarono la produzione dei piatti adoperando il loro modo di fondere e martellare il rame e l’ottone. In principio la grancassa era suonata con il piede, come suggerisce anche il vecchio nome inglese kick drum (tamburo a calcio), sebbene oggi sia sempre suonata con l’apposito pedale per cassa.

Fabbricazione dei tamburi per batteria

Il materiale utilizzato maggiormente per la costruzione dei fusti dei tamburi è il legno (acero, betulla, quercia, mogano, tiglio, bubinga, afromosia, noce, amazoukè, faggio, bamboo). Il componente principe della batteria, il rullante, può anche essere costruito in metallo (bronzo, acciaio, alluminio, ottone). Più rare le batterie costruite in plexyglass (acrilico trasparente e/o colorato) (dagli anni ’70, come le Ludwig Vistalite, oggi le Fibes) e quelle in metallo (la Paiste, nota azienda produttrice di piatti, ne ha costruita una per Danny Carey dei Tool). I fusti sono cilindri di legno o di metallo cavi che vengono usati per realizzare il tamburo: esistono vari tipi di realizzazione e di lavorazione dei fusti; la differenza di realizzazione ha chiaramente anche delle conseguenze sul suono del tamburo stesso. Le tipologie di realizzazioine principali sono le seguenti:

  • Fusti multistrato piegati a caldo: è il tipo di realizzazione più largamente utilizzato per la realizzazione delle batterie, in quanto la lavorazione del legno multistrato è la più semplice. Con questi fusti si realizzano batterie dalle più economiche alle più costose, quello che fa la differenza è il legno usato per i vari strati. Generalmente nelle batterie economiche gli strati più esterni sono costituiti da legni truciolati o compensati e il più interno è un foglio unico di legno. Nei modelli di tamburi leggermente migliori lo strato più interno è constituito da un foglio di acero, in quelle professionali tutti gli strati sono dello stesso tipo di legno (in generale si usa l’acero) fra quelli sovracitati. Tale foglio viene piegato a caldo e disposto su una forma cilindrica per realizzare il fusto. In alcuni modelli i legni sono stagionati.
  • Fusti a doghe in legno massello: sono fusti ottenuti accostando e incollando fra loro delle doghe rettangolari di legno messello in modo da formare un cilindro. E’ il modo più usato per costruire batterie in legno massello ed ha dei pro e dei contro: a favore c’è il fatto che il tamburo sarà realizzato appunto in legno massello, quindi il legno suonerà in modo più armonico e caldo, di contro c’è il fatto che la costruzione a doghe è molto sensibile alle variazioni di temperatura, quindi dopo qualche anno il tamburo a doghe, tipicamente timpano o grancassa può scollarsi se sottoposto a grosse variazioni termiche e di umidità.
  • Fusti in legno massello piegati a caldo: è la modalità principale con cuisi realizzano tamburi, tipicamente rullanti, in legno massello. Si usa un foglio unico di legno stagionato, di spessore circa pari a quello di un legno multistrato, lo si piega a caldo/vapore attorno ad una forma cilindrica e lo si lascia per un certo tempo, così da realizzare un fusto cilindrico: i tamburi così realizzati hanno uno spiccato sustain, una focalizzazione elevata della nota principale e un suono in genere più alto in fraquenza del suo equivalente multistrato.
  • fusti in legno massello scavati: sono ottenuti da una sezione di tronco d’albero scavata e lucidata internamente ed esternamente per ottenere un tamburo dal suono caldo, potente e profondo, ma non basso. Solo alcune marche di nicchia usano questo tipo di realizzazione, e ne producono pochi pezzi per facoltosi e ed esigenti musicisti.
  • Fusti in metallo: i fusti in metallo sono molto usati per la fabbricazione dei rullanti, per il loro suono squillante, profondo e risonante. Di solito si usano i metalli sovracitati, ma a volte anche leghe metalliche ottenute dalla collaborazione delle ditte costruttrici di tamburi con ditte costruttrici di piatti. Esistono anche modelli di batterie completamente in metallo , ma no sono più in commercio dagli anni ’80.

Il suono della batteria

Il suono del tamburo dipende dallo spessore e dalla lunghezza del fusto, nonchè dal materiale con cui è realizzato. Qui si analizza il suono della batteria con fusti in legno.

  • Un fusto sottile (oggi si arriva al minimo a 5mm, ma esistono da 6, o da 7) conferisce un suono molto risonante, aperto, ricco di armonici, ma di basso volume. Questo poiché un fusto sottile tende a vibrare di più se percosso; quindi se l’energia data dalla percussione viene utilizzata in gran parte nella vibrazione del tamburo, tale energia si perde perché la vibrazione stessa la attenua: il suono che deriverà sarà più risonante ma con minor volume.
  • un fusto spesso (dagli 8 ai 10-12mm) conserverà meglio l’energia data al momento della percussione, la sua rigidità non permette una dispersione di energia sul fusto. Il suono sarà molto più potente, incentrato sulla nota di base e con pochi armonici che vengono dati dalla vibrazione del fusto, che, in questo caso è assente. Anche se, ovviamente, un fusto spesso avrà un suono più freddo di uno sottile, per via del fatto di non avere quella pienezza sonora (i batteristi lo chiamano “corpo”) data dalla vibrazione, quindi dall’aumento di suoni in uscita.

La lunghezza del fusto influisce prevalentemente sulla velocità di risposta del tamburo, cioè sulla lunghezza della nota prodotta, ma a parità di diametro influenza pesantemente anche l’intonazione del tamburo stesso.

  • un fusto lungo (fusto power) assicura un lungo sustain della nota emessa (usato tipicamente nel rock), poiché l’energia del colpo viene trattentuta all’interno per un tempo maggiore che in un fusto corto. Per lo stesso motivo il fusto lungo è meno sensibile ai suoni piano, poiché per innescare una buona vibrazione in un tamburo a fusto lungo è necessario un colpo più forte che su un fusto corto.
  • un fusto corto (fusto standard) assicura un breve sustain della nota (usato tipicamente nel jazz ma non solo). Il fusto corto assicura una rapida risposta del tamburo e a parità di figura ritmica il fusto corto permette una esecuzione comprensibile anche a volume pianissimo.

Questa distinzione non è netta ed ogni parametro è influenzato in parte dagli altri.

Quindi:

  • Fusto sottile e corto: suono risonante, caldo, armonico, ma poco volume (usato tipicamante nel jazz).
  • Fusto sottile e lungo: suono risonante, medio volume, versatile.
  • Fusto Spesso e corto : suono imponente, suono incentrato prevelentemente sulla risonanza, usati per la costruzione dei rullanti.
  • Fusto spesso e lungo : suono imponente, molto focalizzato sulla nota fondamentale, poco risonante, suono un po freddo.

Inoltre il fusto spesso è molto più sensibile di quello sottile al cambio di pelli diverse, poiché il contributo al suono globale di un fusto spesso è minore e contribuisce solo a fare da amplificatore alle pelli. Al contrario un fusto sottile genera meno differenze di suono tra una pelle e l’altra poiché reagisce subito alla vibrazione del colpo, facendo dominare il proprio suono su quello della pelle. Le caratteristiche sonore vengono influenzate anche da come lo strato di legno è stato realizzato, se con le venature orizzontali o verticali: nel caso di venatura verticale, la nota fondamentale, cioè il suono emesso senza produzione di armoniche, scende leggermente di tonalità, poiché il suono si propaga più velocemente attraverso esse. Nel caso di venatura orizzontale (tipico nei rullanti), l’onda sonora si rifrange, cioè viene in qualche modo frenata dalle venature, quindi si ottiene una produzione più elevata di armoniche che nel caso di venature verticali. Nessuna casa costruttrice di tamburi ad oggi specifica la disposizione dei legni nei tamburi, quindi non è in generale possibile conoscere con anticipo questa caratteristica.

Le case costruttrici più celebri sono Drum Workshop, Gretsch, Ludwig, Sonor, Yamaha, Pearl, Premier, Slingerland, Tama, Mapex .

Configurazione dello strumento

La batteria è uno strumento musicale altamente configurabile e personalizzabile perché è composto appunto da una batteria di tamburi tutti innestabili e intercambiabili, con la possibilità di inserire nel proprio set altre percussioni a seconda dei suoni che si vogliono ottenere. Seguono alcuni esempi di configurazioni.

  • Doppia grancassa e doppio pedale: Alcuni batteristi aggiungono una seconda grancassa (il primo fu Louis Bellson), suonate con entrambi i piedi per avere un suono più corposo nei bassi. Utilizzata in principo per rinforzare i contrabbassi nelle swing band americane, o per sostituirli interamente, la doppia cassa (cosiddetta in gergo) è oggi molto usata nella musica rock/metal. Anche alcuni batteristi fusion ne fanno uso, per esempio Dave Weckl o Terry Lyne Carrington. Questi ultimi usano però una grancassa supplementare di diametro inferiore a quella principale, per avere su quest’ultima un suono differente. Una variante comoda (e più economica) della doppia cassa è il cosiddetto doppio pedale: è un pedale per grancassa supplementare collegato al pedale principale (che ha due battenti) con una prolunga che unisce gli assi di rotazione dei battenti; permette di suonare sulla stessa grancassa come se si suonasse con due grancasse. Esistono batteristi che nel proprio set includono tre o quattro grancasse.
  • Pedali “remote”: Esistono particolari pedali che consentono di pilotare dispositivi (hi-hat, campanacci) ad essi collegati tramite un cavo coassiale snodabile e pieghevole; in questo modo si elimina la dipendenza di una percussione dalla sua classica asta permettendo così al batterista di sperimentare nuove soluzioni ritmiche e sonore.
  • Percussioni aggiuntive: un numero sempre crescente di batteristi aggiunge al proprio strumento ulteriori strumenti a percussione, dei tom supplementari, altri piatti, tamburelli, woodblock, campanacci, pad elettronici che riproducono suoni campionati o altri strumenti della vasta collezione di accessori. Alcuni batteristi, come Neil Peart, Terry Bozzio, Jonathan Moffett, Carl Palmer, Airto Moreira e tanti altri, hanno composto batterie molto ricche di tamburi e altre percussioni, anche ricavate da oggetti comuni, che includevano anche una serie di tom-tom accordati con intervalli di semitoni, ottenendo la possibilità di contribuire melodicamente alla musica, non solo ritmicamente.
  • Mode e tendenze sulla batteria: Alcuni batteristi, i migliori, inventano dei nuovi modi di suonare, ma altri che non sono da meno traggono il loro personale modo di suonare da una particolare predisposizione dello strumento. Un esempio è quello di Travis Barker che ha composto una batteria molto ricca di piatti ma comprendente un rullante, un solo tom (una batteria solitamente ne ha 2), 1 un timpano da 16″ (in posizione classica) e vede l’ aggiunta, alla sinistra del rullante, un altro timpano (14″) e di fianco a quest ultimo si trovano un apparecchio elettronico che permette di riprodurre svariati suoni e un “octoban” di ridotte dimensioni. Un’ altra è quella di Carl Palmer, uno dei primi batteristi sinfonici, il quale ha aggiunto alla batteria percussioni etniche e sinfoniche (gongs, congas, pads elettronici). Alessio Riccio invece, che ha aggiunto una quantità grandissima di percussioni varie, tanto da non distinguere più la batteria di base. Uno dei primi innovatori nella disposizione e aggiunta di percussioni e suoni vari alla batteria è stato Terry Bozzio, da cui molti batteristi odierni hanno tratto ispirazione per quanto riguarda sia la disposizione dello strumento sia le sonorità.

Le bacchette

I batteristi solitamente suonano con le bacchette, ma possono usare anche strumenti diversi come le spazzole, le mani, i rods (bacchette composte da fasci di legno) e i mallets (battenti). Il batterista Bob Moses fu visto suonare con dei ramoscelli raccolti prima del concerto. Le tipologie di bacchette in commercio sono varie, spesso alcuni modelli esistono solo per alcune case costruttrici. Sono realizzate principalmente in legno di noce, ma ne esistono modelli in carbonio ed in plastica. La punta delle bacchette può essere di varia forma: ovoidale (la più comune), sferica, cilindrica, conica; il materiale con cui è realizzata la punta può essere legno o plastica. Importante anche il bilanciamento delle bacchette che può essere in testa o in coda. Il modello delle bacchette è descritto da una sigla, composta da un numero e da una lettera. All’aumentare del numero la bacchetta è più corta in lunghezza, all’aumentare della lettera la bacchetta è più spessa in diametro. Seguono alcuni modelli tipici di bacchette:

  • 5A: le più usate, sono bacchette molto versatili e si possono usare per tutti i generi musicali.
  • 5B: un pò più spesse delle 5A, usate per il rock e pop.
  • 7A: bacchette molto leggere, usate tipicamente per suonare per il jazz, in generale favoriscono l’esecuzione a volume basso.
  • 2B: bacchette molto pesanti, usate per l’hard rock.
  • 8D: bacchette per il jazz, abbastanza pesanti, ma bilanciate in coda.

L’impugnatura

L’impugnatura della bacchetta è una parte fondamentale dello studio dei rudimenti di tecnica per un batterista: l’impugnatura delle bacchette influenza il suono che si ha sul tamburo e anche il tipo di fraseggio ritmico sulla batteria. Esistono due tipi di “impugnatura” per le bacchette: classica (traditional grip) e quella moderna (matched grip). Ognuna delle impugnature ha i suoi pro e i suoi contro per quel che concerne il suono sul tamburo e la difficoltà di apprendimento.

  • Nell’impugnatura moderna tutte e due le bacchette vengono impugnate nella stessa maniera, come se le bacchette fossero un prolungamento del braccio, in modo che il fulcro si posizioni tra il pollice e l’indice, mentre le altre dita vengono utilizzate per controllare il colpo. Con questa impugnatura la bacchetta passa tra pollice ed indice e tra le altre dita ed il palmo della mano. La tecnica del matched grip a sua volta si distingue in due varianti: francese (french grip), quando le due bacchette vengono mantenute nello stesso modo, cioè parallele tra di loro e con il pollice sopra le bacchette e le altre dita sotto; tedesca (german grip), quando le due bacchette sono mantenute formando una “V” con le stesse bacchette, tenendo i pollici l’uno contro l’altro e il palmo sopra.
  • Chi utilizza l’impugnatura classica, invece, fa passare la bacchetta impugnata con la mano sinistra tra il pollice ed il palmo della mano in prossimità dell’ indice, punto che funge da fulcro, e tra medio ed anulare: il palmo è perpendicolare a terra. In questo caso il colpo viene controllato dalle dita indice e anulare. Utilizzando questa tecnica si forma un angolo di circa 120 gradi (comunque mai meno di 90) tra il braccio e la bacchetta. Questa tecnica è stata ideata al fine di permettere di suonare in piedi il tamburo tenuto dal musicista grazie ad una tracolla. “Indossando ” infatti il tamburo con una tracolla quest’ ultimo rimane inclinato rispetto alla posizione del musicista, costringendolo ad adottare una posizione più comoda durante l’esecuzione. Dopo la guerra di secessione americana alcuni “tamburini” si convertirono alla musica e continuarono ad impugnare le bacchette con l’impugnatura tradizionale.

Sebbene sia importante conoscerle entrambe, molti batteristi preferiscono studiarne una e continuare a suonare con quella per abitudine. La scelta dell’una o dell’altra non introduce particolari limitazioni al musicista. L’impugnatura classica può risultare più difficile da apprendere poichè le due mani si muovono in modo diverso: un’apprendimento errato di questa può introdurre pesanti limitazioni al musicista.

Le pelli

La pelle è la superficie di un tamburo su cui viene eseguito un colpo. Il materiale più usato per la costruzione delle pelli è una plastica progettata ad hoc (mylar©), disposta su uno o più strati. In alcuni casi il materiale è un singolo strato di pelle naturale, circondata da un anello di metallo per permetterne l’innesto su un tamburo e l’accordatura. La scelta dei materiali delle pelli dipende dal tipo di tamburo da suonare e dal tipo di suono che si vuole ottenere. Per quanto riguarda le pelli per batteria si usano per lo più le suddette pelli sintetiche, eccezion fatta per alcuni modelli di tamburo che non hanno avuto molta commercializzazione (ex: Remo “mondo”) dato l’elevato costo in denaro e la scarsa reperibilità delle pelli stesse. Le pelli per batteria si distinguono in:

  • Pelli battenti: pelle su cui si esegue fisicamente il colpo, in genere più resistente e composta da più di uno strato di materiale. Viene sistemata nella parte anteriore (o nella parte su cui si intende eseguire il colpo…) del tamburo ed in seguito accordata a seconda delle esigenze dello stumento e del batterista.
  • Pelli risonanti: pelle che viene alloggiata nella parte posteriore del tamburo e viene usata con l’unico scopo di far risuonare il tamburo stesso mediante il colpo dato sulla pelle battente. La pelle risonante non è fatta per essere suonata ed è fisicamente diversa dalla pelle battente. E’ costituita da un singolo strato di materiale. Di solito molti batteristi usano pelli battenti di sottile spessore al posto delle pelli risonanti. Spesso nella grancassa si usa praticare un piccolo foro (circa 5-6 pollici di diametro) nella pelle risonante per facilitare la ripresa microfonica e smorzare un pò gli armonici. Tale foro di solito non è al centro della pelle perché comunque non è bene togliere tutti gli armonici al suono della grancassa.

Negli anni ’70 alcuni batteristi usavano batterie senza pelli risonanti ed esistevano dei modelli di batterie che non ne prevedevano affatto l’alloggiamento. Ciò è dovuto al fatto che la risposa impulsiva del tamburo è più limpida senza pelle risonante, ma si perde tutta la risonanza del fusto e la bellezza del suono del legno, minando anche l’espressività dell’artista. Tali batterie venivano usate prevalentemente in concerti dal vivo a causa della scarsa qualità media dei microfoni per la ripresa live. Oggi con l’avanzare della tecnologia e quindi della qualità dei microfoni non si usano più queste batterie o tecniche di ripresa microfonica, in quanto le procedure di amplificazione degli strumenti si sono standardizzate, e non ci sono più grossi problemi di amplificazione dello strumento acustico.

A seconda del tipo di pelle usata viene messo in evidenza un aspetto timbrico del suono del tamburo puttosto che un altro:

  • Pelli lisce (a uno o due strati): usate come pelli battenti o risonanti non enfatizzano nessun aspetto timbrico in particolare; più lo spessore diminuisce più si mettono in evidenza gli armonici del tamburo. Al contrario, più lo spessore aumenta più si mette in evidenza il suono impulsivo, la nota fondamentale del tamburo.
  • Pelli sabbiate: usate come pelli battenti, le pelli sabbiate sono le pelli più usate in assoluto per il rullante, ma possono essere usate anche per i tom e per la grancassa. Hanno un suono più cupo delle pelli lisce poiché la sabbiatura della pelle attenua le vibrazioni, sono molto usate poiché consentono un rimbalzo ottimale della bacchetta e sono le uniche pelli che favoriscono l’utilizzo delle spazzole (brushes).
  • Pelli idrauliche: sono pelli battenti che hanno come caratteristica principale quella di essere composte di due strati di materiale separato da un sottile strato di olio particolare. La risposta sonora è completamente incentrata sulla nota principale smorzando gli armonici del tamburo. Sono molto usate nella musica rock sui tom e in generale le più usate per la grancassa. Alcune di queste pelli presentano un anello antivibrazione integrato al bordo che smorza ulteriormente gli armonici. Ne esistono dei modelli a tre strati.
  • Pelli naturali: le pelli naturali sono di scarsa commercializzazione e comunque quasi mai usate per la batteria. Esiste un modello della Remo, la Fyberskin che emula una pelle naturale con materiali sintetici, dando ottimi risultati.
  • Pelli a rinforzo centrale: questo tipo di pelli sono progettate appositamente per i batteristi che suonano a volume molto elevato; il rinforzo centrale permette una più lenta usura della pelle ma le conseguenze sul suono sono drastiche.
  • Pelli “mesh”: sono pelli la cui superficie è realizzata da una struttura traforata “a griglia”. Queste pelli che non fanno emettere suoni al tamburo e sono usate per studiare la batteria in appartamento, se non si dispone di un box insonorizzato.

Accordare la batteria

Anche la batteria è uno strumento che necessita di essere accordato. L’accordatura è un procedimento che serve per portare il tamburo, attraverso la tensione delle due pelli battente e risonante, ad avere un suono il più risonante possibile o di più elevato volume possibile. All’interno di questa definizione generale ogni batterista può trovare il proprio suono tendendo più o meno le pelli fino a raggiungere un suono che incontri il proprio gusto personale. Esistono vari metodi per accordare i tamburi: quello qui mostrato è quello più comune e più funzionale, suggerito anche da molte case produttrici di pelli. E’ necessario eseguire queste operazioni senza tenere i tamburi “in braccio”, ma tenendoli diritti per terra, cioè con un cerchio tendipelle appoggiato per terra e l’altro che guarda voi: questo è l’unico modo per non far suonare la pelle che non state accordando. E’ anche necessario accordare con le apposite chiavette per viti a testa quadra appositamente studiate per la batteria, è meglio non utilizzare pinze o altri utensili perché si potrebbe danneggiare lo strumento.

  • Accordatura del tom e timpano: dopo aver svitato le viti che reggono i cerchi tendipelle del tom posizionare la nuova pelle e reinserire il cerchio. Avvitare tutte le viti in modo tale che tocchino appena il cerchio, ma senza stringere. Ora dare un giro completo ad una vite, ed uno alla vite diametralmente opposta. Dare ora un giro alla coppia di viti diametralmente opposta alla coppia appena avvitata. Ripetere il procedimento per tutte le coppie di viti del tamburo avendo cura di tirare coppie di viti le più “distanti” possibile fra di loro, fino ad avvitarle tutte. Continuare a tendere la pelle (con passi di un giro, 1/2 giro o 1/4 di giro a seconda della tensione a cui si arriva) seguendo lo stesso ordine usato per il primo giro, fino ad arrivare ad una tensione media: ogni tanto tamburellare leggermente con un dito (o con una bacchetta) sul centro esatto della pelle per vedere se il tamburo inizia a risuonare e ad emettere armoniche; se vedete che durante il procedimento la pelle fa delle grinze vuol dire che avete sbagliato e dovete ricominciare da capo. Quando il volume arriva al massimo – ci se ne può accorgere perché continuando a tendere, il volume inizierà a diminuire – si arriva alla nota di risonanza del tamburo: una pelle è ora accordata. Ora capovolgere il tamburo e ripetere lo stesso con l’altra pelle.
Nota 1: se le pelli che si usano sono diverse (ex: battente sabbiata, risonante trasparente) i giri di vite da fare saranno differenti per numero sui due lati.
Nota 2: non appena trovata l’accordatura giusta con una pelle nuova dopo poche ore la pelle si allenterà e si dovrà tenderla un altro po’. Molti batteristi consigliano quindi di tendere la pelle appena montata, sempre con il criterio sopra descritto, molto oltre la nota di risonanza (ci sarà qualche rumorino di assestamento), per poi trovare il suono giusto allentando la pelle invece che tirandola. In quest’ultimo modo si evitano cedimenti della accordatura.
Nota 3 si consiglia di iniziare ad accordare prima i tom più piccoli, essendo i più facili da accordare poichè la nota di risonanza è più facilmente udibile che in un tamburo dal suono più grave.
  • Accordatura della grancassa: il modello da seguire è quello del tom e timpano. La grancassa a causa della sua grandezza è un tamburo che suona a basse frequenze (30- 40Hz fino a circa 200Hz); per questo tamburo è cruciale la risposta impulsiva, che nel caso generale (ex.: musica “pop”) deve essere praticamente priva di armoniche udibili. Perciò si usano tecniche di sordinatura della grancassa che favoriscono lo smorzamento di tali armoniche: è dunque consigliato l’uso di pelli battenti a doppio strato e con anello-sordina integrato per una cassa che dovrà suonare musica pop-rock-funky, mentre per il jazz è consigliata la pelle battente sabbiata, che smorza leggermente le armoniche del tamburo a causa della sabbiatura, ma non le elimina del tutto, così da isolare la nota emessa dalla grancassa ma senza “slabbrare” il suono; nel caso della cassa per il jazz si consiglia se necessario una sordina esterna regolabile. Anche per quanto riguarda la grancassa si consiglia di sovratensionare per poi rilasciare la pelle. Da evitare inoltre che la pelle per grancassa faccia delle grinze a causa della sua bassa tensione: durante l’accordatura questo fenomeno può fare la differenza fra un bello ed un pessimo suono. E’ sconsigliata la sordinatura interna (ex: cuscini, coperte) anche se per alcuni generi (hard rock, heavy metal) può risultare utile.
Per ciò che concerne la pelle risonante bisogna fare una distinzione: con foro e senza foro: più il foro è piccolo più l’accordatura è simile a quella per tom/timpano.

  • Con foro: accordare seguendo le linee descitte nel caso del tom e timpano, avendo molta cura di non tendere troppo i tiranti vicino al foro poichè la pelle potrebbe strapparsi in alcuni casi. Fortunatamente la tensione della pelle per grancassa è piuttosto bassa volendo per l’appunto ottenere un suono grave, quindi è difficile che la pelle della cassa si strappi accordandola. La nota di risonanza, emessa “tamburellando” col dito o con una bacchetta, della pelle risonante con foro mentre si accorda, sarà di più difficile ascolto che nel caso del tom/timpano.
  • Senza foro: per la pelle senza foro seguire la procedura descitta per il tom/timpano avendo cura di non tendere troppo la pelle risonante: si eviterà in questo modo l’emissione di fastidiose armoniche.
In generale il suono della grancassa deve essere un suono grave, leggermente risonante, non “cartonato” nè troppo risonante: il suono che deve risultare è quello del tamburo, non della pelle.

  • Nota1: la grancassa è un tamburo tanto grande quanto sensibile all’ambiente in cui si suona: talvolta se si suona in un posto ampio e non insonorizzato si avverte la necessità di ritoccare l’accordatura (rilasciando leggermente le pelli). Al contrario se si suona in un posto piccolo e non insonorizzato si avverte l’esigenza opposta, cioè quella di tendere leggermente le pelli. Ovviamente se si suona in un posto ben insonorizzato questa esigenza non si avverte poiche le armoniche emesse dallo strumento vengono ben assorbite dall’ambiente.
  • Accordatura del rullante: il rullante è il tamburo più difficile da accordare, poichè ogni rullante ha una sua personalità, ma anche ogni batterista. Per conciliare le due si può dire che il rullante non ha una accordatura “definitiva”, ma dipende dall’ambiente in cui si suona, dal genere, dal groove che si vuole dare al pezzo da suonare, e anche dall’umore del batterista. In generale l’accoradatura del rullante segue i passi di quella per il tom/timpano, ma con i seguenti accorgimenti:
0 – I giri di vite per accordare il rullante non sono più da riferire solo a 1/2 giro o 1/4 di giro, ma anche a piccole frazioni di essi.
1 – per un suono più ricco di armonici bisogna tendere leggermante di più la pelle risonante (ex: musica funky/jazz)
2 – per un suono più profondo tendere di meno quest’ultima(ex: musica rock).
3 – per un rullante più sensibile tendere leggermente la pelle battente: in questo modo la cordiera suonerà prima (ex: musica jazz).
4 – per un rullante meno sensibile rilasciare leggermente la pelle battente: in questo modo la cordiera suonerà con un leggero ritardo e con colpi più forti (ex pop anni ’80/rock)
Un modo utile per vedere se la pelle del rullante che state suonando o accordando è tesa in maniera uniforme e quella di tamburellare con una baccchetta vicino ai tiranti del rullante, il tamburellamento deve essere eseguito dando leggeri colpi sulla pelle alla stessa distanza dal tirante e dal centro del rullante, per tutti i tiranti: se il suono vicino a tutti i tiranti è simile allora la pelle è ben tesa e non ci saranno problemi nel continuare con l’accordatura.
Il rullante però ha anche una accordatura favorita, cioè una tensione per cui è progettato e per cui suonerà meglio: i batteristi in genere possiedono molti rullanti, di legno, di metallo, di varie dimensioni, non un solo rullante da accordare diversamente in base alle varie situazioni. Un rullante va “studiato”; la prima volta che si accorda un rullante, per avvicinarsi alla sua accordatura ideale possono volerci anche molte ore. Si consiglia molta attenzione nella scelta del rullante. Si consiglia inoltre di non farsi ingannare dal suono di altri batteristi sullo stesso modello di rullante: il suono di famosi professionisti che fanno pubblicità ad un certo tamburo può essere migliore perché il tamburo stesso che essi usano, realizzato secondo le loro esigenze, è qualitativamente migliore di quello commerciale in vendita.
  • Ritocchi nell’accordatura dei tom e suono generale: la cosa più importante per la batteria è che tutti i tamburi abbiano suoni diversi fra loro. Troppo spesso si ascoltano batterie, soprattutto nel genere rock/metal, che hanno tom che suonano tutti quasi con la stessa nota. La cosa più importante è scegliere le misure dei tamburi: le misure standard per una batteria sono (in pollici – diametro x profondità) :
– grancassa: 22″ x 16″
– rullante: 14″ x 5″ oppure 14″ x 5-1/2″ oppure 14″ x 6-1/2″
– tom 1 : 10″ x 8″
– tom 2 : 12″ x 10″
– tom sospeso: 14″ x 12″ , se c’è il timpano sarà 14″ x 14″
Come si può notare la misure del diametro dei tom aumentano di 2 pollici (nel caso standard) per tom sia in diametro che in profondità: questo implica che le note a cui tali tamburi dovranno essere accordati devono differire dello stesso intervallo tonico fra un tom e l’altro. La regola generale è che per ogni pollice di diametro che aumenta, la nota emessa dovrà differire di due toni in basso, e viceversa. Si da per scontato che la profondità vari in maniera equivalente, altrimenti la regola perde un po’ della sua validità poichè il suono varia anche con la profondità del tamburo

  • Esempio: Si prenda il tom 1 come riferimento e si supponga di averlo accordato con un suono buono. Si supponga che la nota emessa sia un FA (o vicina ad un FA). Allora il tom 2 che differisce di 2 pollici di diametro dal tom 1 andrà accordato con il DO basso nella stessa ottava del FA del tom 1, cioè una quarta più in basso. E’ necessario accordare prima tutti i tamburi e dopo di verificare gli intervalli tonici di accordatura, correggendo l’accordatura appena eseguita. Infatti solo nelle batterie professionali si può riscontrare una buona corrispondenza dell’accordatura del singolo tom con la giusta nota a cui andrebbe accordato, nella maggior parte dei casi si deve “aggiustare” il suono generale dei tom in modo da far corrispondere più o meno il suono con questo modello. Se dopo aver accordato tutti i tom e aver seguito questo modello si riscontra per esempio che il timpano non suona perché la pelle è troppo poco tesa, allora si deve tendere di più il tom 1 (oppure ricominciare dal timpano e risalire al contrario) e di conseguenza tutti gli altri tamburi fino a quando il timpano suoni bene.
Esistono marche prestigiose di batterie in cui si può trovare stampato all’interno di ogni fusto la nota a cui va accordato, cioè la nota in cui la risonanza è massima.
Nota: Il tamburo per suonare ha bisogno di “aria” sottostante. E’ necessario tenere tanto più alti da terra i tamburi quanto più essi sono di grosso diametro: un timpano da 14″ non suonerà mai bene se tenuto a 5 cm da terra. Pe far suonare bene un tamburo bisogna fare in modo che la sua altezza da terra sia almeno la metà della profondità del fusto (I giapponesi per far udire fino a grandi distanze i loro grossi tamburi rituali, li dispongono in orizzontale su dei supporti).

La batteria in Italia

La batteria fa le sue prime apparizioni in Italia dagli anni ’50, quando dopo la seconda guerra mondiale l’italia subisce pesantemente le contaminazioni culturali americane. Le grandi swing band americane e batteristi come Gene Krupa, Buddy Rich, Max Roach e molti altri sono il massimo del virtuosismo in in circolazione. L’Italia oggi gode di fama europea ed in alcuni casi internazionale, per alcuni professionisti che hanno dato un grande contributo all’ascesa della musica moderna nella penisola.

Alla fine degli anni 70, Tullio De Piscopo stravolgeva i canoni musicali del cantautorato italiano, portando l’innovazione della batteria moderna anche nei primi dischi di Pino Daniele. Con notevoli influenze funky-rock, riempiva di groove americano pezzi di cantautorato napoletano, imprimendo quindi un marchio di originalità nel brano ma soprattutto anticipando di molti anni, quella che oggi viene definita più comunemente “Musica leggera”.

Successivamente Agostino Marangolo, Lele Melotti, Walter Calloni, Ellade Bandini incarnano l’ambito tournistico accompagnando, in studio e nei live, i più celebri artisti italiani tra cui Antonello Venditti, Claudio Baglioni, Renato Zero, Fabrizio De Andrè, Mina e molti altri, dalla fine degli anni 70 ai giorni nostri.

La scuola moderna concepisce altri grandi musicisti proseguendo con successo questa prestigiosa kermesse di batteristi. Uno fra tutti è Alfredo Golino, il “session-man” più apprezzato dai nuovi cantautori italiani. Lo possiamo sentire nella maggior parte dei CD di Laura Pausini, Raf, Adriano Celentano e molti altri. Elio Rivagli, Max Furian, Luca Trolli, Maurizio de Lazzaretti, Cristiano Micalizzi, Maurizio Pacciani compaiono nella lista degli italiani che, con la loro elevata caratura tecnica ed artistica, contribuiscono a fare della musica italiana un prodotto di spessore, competendo con i migliori lavori americani.

Come nota critica c’è da dire che la batteria in Italia si sta evolvendo nei giorni nostri prevalentemente dal punto di vista tecnico. I nostri giovani musicisti cercano di imitare lo stile, la tecnica e a volte anche la presunta personalità di batteristi stranieri di chiara fama, prevalentemente americani, tralasciando quello dell’interpretazione e di sensibilità musicale, che fa di un musicista un artista e non solo uno scrupoloso imitatore. Coloro i quali ci riescono diventano come i sovracitati batteristi. Questo accade perché nelle istituzioni ufficiali, i Conservatori, la batteria ancora non entra di diritto come uno strumento autonomo, in quanto giudicato non meritevole di un corso di studi dedicato, o forse solo per pigrizia istituzionale, quindi le giovani leve devono apprendere “per imitazione”. Scuole private più o meno costose con insegnanti più o meno bravi (la cui didattica è incontrollata) suppliscono a questa mancanza.

~ di sorrounded su luglio 27, 2007.

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